Forum comunale dell’adolescenza, la proposta della Camera minorile di Capitanata
Maria Emilia De Martinis: “Strumento importante, presente in altri comuni”

Dopo l’episodio di violenza giovanile che ha visto Andrea Tigre come vittima, la Camera minorile di Capitanata ha chiesto al Comune di Foggia l’istituzione del Forum dell’adolescenza. Una proposta per cui, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca nei pressi di una sala cinematografica di Foggia (una minorenne aggredita da due coetanee), abbiamo chiesto aggiornamenti. Ha risposto alle nostre domande l’avvocata Maria Lucia De Martinis, segretaria della Camera minorile. L’hanno immaginato non come una “struttura burocratica” ma come un luogo di ascolto e crescita culturale, del singolo e della comunità. In alcuni Comuni è operativa da tempo e metterebbe a confronto chi, ogni giorno, opera fianco a fianco con gli adolescenti.
Partiamo dalla proposta al Comune. Di cosa si tratta esattamente?
“Guardi, per certi versi è come scoprire l’acqua calda, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Non abbiamo pensato a una struttura rigida, perché la burocrazia spesso blocca tutto. L’abbiamo lanciata come un’idea da declinare: un momento di confronto informale per chiunque abbia a che fare con i minori. Penso alla scuola, ai professori, ma anche alle parrocchie di Foggia che hanno oratori validissimi. L’obiettivo è ascoltare i ragazzi, coinvolgerli magari in piccoli progetti. Non parlo solo dei ragazzi o delle ragazze ‘difficili’, o di chi è nel circuito penale, ma anche dell’adolescente isolato, perso, non deve essere necessariamente il bullo della situazione. Esiste il consiglio comunale dei ragazzi delle elementari e medie, sarebbe un luogo in cui gli adulti ascoltano i ragazzi della scuola superiore e filtrano quello che hanno da dire attraverso la loro esperienza. Al Comune e alla Provincia, poi, l’onere di mettere in pratica ciò che emerge, per quanto possibile”.
Voi parlate spesso di “crescita culturale” nel trattare questi temi. Qual è il principio di fondo?
“Il principio è che quando si tratta di minori, sia chi maltratta sia chi è abusato sono entrambi vittime. Sono ragazzi che hanno il diritto di crescere in modo sano e non da soli. Non si tratta di denunciare la famiglia e basta, ma di recuperare giovani smarriti. Se un ragazzo picchia un altro, non gli dai l’ergastolo: quel ragazzo uscirà. Se non lo recuperi, hai solo costruito un futuro delinquente. C’è una ratio in tutto il sistema: la pena certa, il giusto processo, ma affiancati da un percorso serio. Se nessuno si è accorto prima che in quella classe o in quel quartiere c’era una tendenza violenta, allora nel momento del fatto criminoso quel ragazzo va aiutato”.
Come agisce la Camera Minorile in questo senso, anche nella difesa legale?
“Anche quando difendiamo, dobbiamo avere una prospettiva positiva, accogliente, direi a volte “visionaria”. Che tu difenda la vittima o un genitore, l’obiettivo deve essere risolvere la questione. Crediamo molto nella giustizia riparativa: far incontrare vittima e agente, seguiti da professionisti. È quasi una tecnica di comunicazione. Chi ha subito l’evento non può sentirsi ‘lo sfigato’ a vita, deve rielaborare. In questi percorsi puoi ‘vomitare’ il dolore che hai sentito, cosa che in un’aula di tribunale non ha molto valore. La rabbia e la vendetta non portano da nessuna parte, né per le famiglie né per i ragazzi”.
Il Comune come ha accolto questa proposta? C’è collaborazione?
“Non è che ci sia stato detto di no. L’abbiamo buttata lì e per ora non si è fatto più niente, ma c’è margine di confronto. Il Comune è già attivo con i servizi sociali e l’assessorato alla legalità, non vogliamo duplicare i loro progetti o i loro sportelli. Però serve coordinamento. Le associazioni fanno tanto, ma spesso non si parlano tra loro. In ogni caso, se “Libera” (faccio questo esempio) va in una scuola e intercetta anche un solo caso singolo, quello è un elemento prezioso. Certo, un convegno o un film non cambiano il mondo da soli, altrimenti vivremmo in un mondo fiabesco. Ma c’è quella fascia di ragazzi ‘a metà’ a cui basta una spintarella per aprirsi di più”.
I ragazzi “difficili” parteciperebbero a questi Forum?
“È vero, i più difficili non ci vanno, ma, ripeto, da qualche parte si deve pur cominciare. È come lo sportello: se uno ci va è perché ha già maturato un dubbio. Se il Forum diventa una cosa reale, anche i ragazzi difficili si possono incuriosire. Il luogo principale resta la scuola, perché lì passano più tempo che a casa. Un professore si accorge dell’atteggiamento strafottente o maschilista. È lì che intercettiamo il disagio prima che diventi un fascicolo giudiziario. Quando faccio incontri nelle scuole non so mai quello che succederà. Trovi l’adolescente che ti racconta una storia, quello che ti prende in giro, ogni volta è una sorpresa. Mi predispongo a questi incontri sempre con una certa apprensione”.
Foggia sembra più violenta negli ultimi anni, tra baby-gang e risse in centro?
“Forse sono cambiate le modalità, ma la dinamica del più forte o del leader negativo c’è sempre stata. Poi c’è la gogna social, quelli che incitano: “Mettete le foto di chi è stato!”. Ma di cosa parlano? Non serve a niente, serve solo a incattivire. Viviamo in uno Stato di diritto. Anche per gli adulti il carcere dovrebbe essere riabilitativo, ma il salto culturale per capire questo concetto lo vedo ancora molto lontano”.
Tra dieci anni?
“La sfida sarà andarli a recuperare uno per uno”.
Cosa manca oggi per far funzionare davvero la macchina della tutela minorile?
“Il problema non è la legge, ma la carenza di psicologi, consultori e ASL. E poi il tempo. Il tempo dei ragazzi è breve, bisogna intervenire subito con assistenti sociali e supporto alle famiglie per non cristallizzare la situazione e non far perdere fiducia in sé stessi. A Foggia le assistenti sociali sono giovani e preparate, ma se hanno cento casi e l’orario è quello, diventa difficilissimo”.
Quando pensa a piazza Mercato, a parte il recupero culturale in atto, cosa le viene in mente?
“Lì come altrove vedo minori che comprano alcol senza che nessuno chieda un documento, o che magari lo fanno acquistare da quelli più grandi. Per un ragazzo medio ubriacarsi non è visto come una trasgressione grave come la droga. È tutto un sistema che va strutturato meglio”.
Paola Lucino
Pubblicato il 16 Gennaio 2026



