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Plinio il Vecchio nemico di Salapia

Gli antichi abitanti di Salapia, la città fondata a pochi km da Trinitapoli da Liburni approdati sulla costa del tavoliere Pugliese sul finire del X sec. a. C., si stanno ancora rivoltando nella tomba maledicendo il nome di Plinio il Vecchio. Nel suo celebre Naturalis Historia, opera che risale al I sec. a.C., lo scrittore e naturalista si ricorda di Salapia solo per riferire che lì, al tempo della seconda guerra punica, Annibale soggiornò a lungo, essendosi legato a una meretrice. L’invenzione di Plinio – perché tale è – viene spiegata da alcuni studiosi con la necessità a posteriori di rileggere più comodamente la Storia screditando l’immagine dell’unico uomo che effettivamente mise a repentaglio la gloria di Roma. Ma c’è dell’altro. Nel secondo secolo avanti Cristo Salapia si costruì una cattiva reputazione agli occhi di Roma. Quando Annibale mise piede in Italia, dove si attivò a cercare alleati sollevando contro Roma tutte le città che fosse possibile sollevare, Salapia si divise al suo interno : il partito filo romano guidato da Blattio contendeva il potere a quello filo cartaginese. Alla fine prevalse quest’ultimo. E Salapia finì nella lista nera redatta a Roma. Successivamente, forse nell’idea che Annibale nonostante la fulminante vittoria a Canne non sarebbe riuscito ad andare oltre, Salapia cacciò il presidio cartaginese per ritornare a fianco di Roma. Mossa politicamente opportuna ma non sufficiente a cancellare un cattivo ricordo. Tanto più che successivamente, in occasione della guerra civile che andò dal 91 all’88 a.C., Salapia si schierò nuovamente contro Roma (cosa per la quale venne assediata e distrutta dagli uomini del pretore Caio Cosconio). Era troppo. Salapia venduta, infida e opportunista, si dovette mormorare in quei giorni caldi in Senato e nei cenacoli importanti della capitale. A quel punto tutto ciò che veniva da Salapia sapeva di sporco : Gli uomini tutti ladri e traditori e le donne tutte donnacce. Sicché, se il Cartaginese si sollazzò con qualche donna di Salapia, anche se libera e contraria al sesso mercenario, per un Plinio che scriveva a tre secoli di distanza e con la testa infarcita di luoghi comuni di difficile rimozione, quella donna altro non poteva essere che la madre di tutte le baldracche. Quasi un maledizione scagliata da Roma, dopo la distruzione, Salapia dovette patire anche guasti di natura ambientale. La laguna su cui si affacciava aveva cominciato ad interrarsi per i detriti portati da vari corsi d’acqua e a trasformarsi in una palude generatrice di malaria. I Salapini, allora, grazie alla mediazione di un M. Hostilius – probabilmente un patronus della città – ottennero dal senato romano di potersi trasferire a quattro miglia di distanza, in direzione sud-est, su di una piccola altura, località oggi denominata ‘il Monte’. Nacque così la Salapia romana, che pian piano avrebbe visto il suo nome modificarsi in Salpia e poi in Salpi. – Nell’immagine, lavori di scavo nel sito di Salpi.
Italo Interesse

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