“L’Essenziale”, quel pugno in faccia a una società che ha perso l’umanità
La nuova produzione di Paola Marino in tour nelle scuole superiori della Capitanata

Tre sedie, vestiti abbandonati, cenere. In questo scenario sospeso ha debuttato allo Spazio Off di Paola Marino “L’essenziale”, spettacolo ora in tour con Puglia Culture nelle scuole della Capitanata. Un racconto che intreccia tre esodi: quello della madre della regista durante la seconda guerra mondiale (attrice Paola Marino), quello di una sedicenne dopo il sisma di Amatrice (attrice Elena Sofia Russo) e quello di un profugo palestinese (attore Luigi Grippa).
Paola, ci sono differenze tra ieri e oggi, e le evidenzi…
“C’è una frase nello spettacolo: nel ’43 eravamo profughi ma c’era un “noi”, se qualcuno cadeva noi aspettavamo per riprenderlo, per rialzarlo. Ci guardavamo negli occhi e sapevamo di essere fatti di carne. Oggi non c’è più questo. Il filo rosso delle tre vicende che si vanno a raccontare è che “non siamo rimasti umani”, per niente”.
Pensi sia venuta meno la solidarietà?
“Noi facciamo degli esempi. La guerra non è vissuta come anni fa sulla tua pelle ma tramite lo schermo, la guardi sui telefonini. Vedi un bimbo che muore a Gaza e metti una faccina triste e subito dopo esce un video allegro e metti la faccina sorridente. C’è un filo che lega, quello di un sistema umano che non funziona. Dobbiamo ritrovare il centro che non può essere la tecnologia, il potere per il potere. Deve essere l’uomo”.
Non c’è speranza?
“Lo spettacolo ti dà una martellata in faccia e dice che stiamo perdendo il centro. Tu, spettatore, non sei disposto più ad ascoltare le grida delle persone perché tu non vuoi sapere, metti il muto. Emerge poi la storia, inoltre, l’importanza di raccontare, di tramandare, che non fa morire le persone. E c’è l’essere umano come baricentro da non perdere. Durante i concerti jazz che teniamo allo Spazio Off ho conosciuto una persona che mi ha raccontato il terremoto di Amatrice. Si ricordava, a proposito di “essenziale”, che un paio di giorni dopo il sisma furono costretti a “esodare”. I vigili davano loro dei biglietti su cui scrivere le cose da prendere entrando in casa: avevano solo 120 secondi. Non prendevano gioielli, ma soprattutto foto. Ci possono essere tanti modi per esodare, in seguito a catastrofe naturale ma anche voluta, cioè la guerra. Molto dipende da come lo viviamo noi”.
Un tema, quello dell’impegno civile, ricorrente nei tuoi lavori
“In “Bianca” ho parlato di violenza psicologica sulle donne, in “Uno vale dieci” il racconto delle Fosse Ardeatine. Le cose che racconto sono un’esigenza di momenti. Avevo fissato il debutto dell’Essenziale il 25 gennaio perché c’è il 27, Giornata della memoria. Ma è importante non girare la testa in quello che è la Nakba palestinese”.
Sei più introspettiva ed esistenziale in questo spettacolo?
“È chiaro il grido! Mi prendo le responsabilità dello scritto e della regia, un pugno in faccia alla società di oggi. Quando uno scrive uno spettacolo deve avere un’urgenza di dire qualcosa. Noi dopo il Covid il “restiamo umani” ce lo siamo mangiati, dai rapporti interpersonali al nostro modo di guardare la guerra, dall’io che prevale nella politica alla voglia di farsi notare, di evidenziare la propria superiorità. Non c’è comunità e fratellanza”.
Puglia Culture ha scelto questo spettacolo per le scuole superiori. Come rispondono gli studenti?
“L’attrice di 16 anni che è svampita, dice cose da ragazze, non è pesante, comunica bene con i suoi coetanei. Abbiamo riscontrato che qualche studente ha pianto. Una ragazza nata in Capitanata da genitori che sono dovuti andare via da un regime totalitario”.
Tua madre fu profuga da Capracotta. Cosa ti ha raccontato?
“È venuta dalle campagne, dove ha lavorato, con un vestito e un paio di scarpe; mio nonno è morto qualche mese dopo l’arrivo in Puglia dal Molise. Mi porto dietro il suo esodo, in teatro interpreto lei. La faccenda di Capracotta viene anche fuori da un motivetto che cantava sull’aviatore e che ho ricercato nei testi storici. In realtà la sua versione era una macchietta, il testo era tutto diverso. La cittadina fu occupata dai tedeschi, dopo l’armistizio questi andarono via bruciando tutto. Arrivati gli americani, dovettero lasciare anche quei pochi rimasti, c’erano solo macerie. Nei campi di prima accoglienza di Campobasso, con il gelo e gli stenti, la comunità era compatta, ci si aiutava, non si faceva il video sull’accaduto come avviene oggi. Questi sfollati vennero messi su un treno a Termoli verso sud, non sapevano che fine avrebbero fatto. In Puglia, tra loro, hanno creato una comunità”.
La cenere della scena cosa indica?
“La cenere dei morti, dei morti di tutte le guerre senza carattere politico. Io scelgo, per mia forma mentis, di mettere in scena un palestinese che dice “la mia guerra” ma parla anche di “uomini di tutte le guerre”.
Prossimi impegni?
“Stiamo lavorando a quattro reading di Mattia Torre, regista morto prematuramente che ha scritto cose molto belle sulla società italiana. Itinerante sarà, a fine marzo, oltre all’Essenziale, anche “Stasera siamo franche”, monologhi adattati di Franca Rame. Come Spazio Off saremo a Bologna e a Parma nei teatri indipendenti. Lì ci andiamo con Tonia Avellano e la musica dal vivo di Nicola Scagliozzi e il suo contrabbasso”.
Paola Lucino
Pubblicato il 24 Febbraio 2026



