L’Ecomuseo del Mare, una svolta che può cambiare Manfredonia
Con il progetto “Marea”, l’Università di Foggia lavora alla creazione di una rete per valorizzare il patrimonio archeologico, paesaggistico e ambientale del golfo

L’università di Foggia è impegnata da vario tempo con progetti di ricerca lungo la fascia costiera della Puglia settentrionale. Sono stati svolti a Margherita di Savoia, per esempio, e, da cinque anni, si sta scavando a Siponto. Con il prof. Roberto Goffredo – insegna Archeologia dei paesaggi ed Educazione al patrimonio culturale presso il Dipartimento di studi umanistici- abbiamo parlato del progetto in corso “Marea”, di cui è uno dei referenti per l’Università di Foggia. L’obiettivo è la costituzione di un ecomuseo del mare. Il secondo incontro del workshop, che approderà alla redazione di alcune linee di indirizzo, si terrà domani 9 ottobre. Vedrà come relatori alcuni rappresentanti di ecomusei esistenti già in Italia che porteranno la loro testimonianza. Seguiranno, nella seconda parte, tavoli tematici sul patrimonio culturale e paesaggistico, sull’ambiente e la sua cura, sull’educazione in questo ambito. Nella data fissata del 15 ottobre si elaborerà, appunto, un documento programmatico.
Professore, ci illustra il progetto Marea?
“Stiamo lavorando sul patrimonio archeologico, storico e culturale di questo territorio. Siamo in contatto con le realtà locali che operano e che conoscono anche le problematiche della gestione. Abbiamo vinto un bando, finanziato dal Pnrr, che si chiama “Marea” progetto di ricerca dedicato allo studio dei paesaggi costieri. Prevede da un lato lo sviluppo delle indagini archeologiche, dall’altro un segmento dedicato alla ricaduta sul tessuto sociale e locale della ricerca stessa. Sviluppa, insomma, dei percorsi di coinvolgimento delle realtà territoriali e delle prospettive che possono scaturirne. Abbiamo pensato di avviare un percorso partecipato per costituite un ecomuseo del mare e della zona umida del golfo di Manfredonia”.
Perché un ecomuseo?
“Crediamo che questa prospettiva, cioè una rete auspicabilmente solida fra soggetti che già operano sul territorio, possa consentire il coordinamento fra entità che, al momento, operano slegate l’una dall’altra. C’è bisogno di una prospettiva condivisa di valorizzazione che si può costruire fra i portatori di interesse. L’ ecomuseo garantisce questo, purché sia ben costruito, ben pensato, ben progettato, non qualcosa che esiste sulla carta senza capacità di incidere”.
Ci spiega meglio il vostro ruolo?
“Siamo all’avvio del percorso, agiamo da facilitatori per mettere in rete tutti i soggetti che operano nella valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico, luoghi in parte gestiti e altri che sono in attesa di essere gestiti. Ci siamo rivolti alla Pro Loco, al Rotary, abbiamo informato il Parco del Gargano”.
Come vi siete rapportati con le difficoltà di alcune zone tipo Lago Salso?
“Il nostro punto di partenza è riunire sullo stesso tavolo chi opera e ha la responsabilità di questi luoghi. L’Oasi di Lago Salso è una di queste, attende da tempo un piano di gestione, il Comune e Parco sono i due soggetti responsabili. Il percorso partecipativo è occasione di confronto per fare emergere le istanze e i bisogni, per capire cosa si può fare per gestire l’esistente. Mediatori, questo è il nostro compito, che è il senso della terza missione dell’università, cioè non solo fare ricerche didattiche ma poi operare sul territorio. Dobbiamo creare quelle connessioni che, spesso, non vengono da sole. A Lago Salso si verificano ogni anno degli incendi, ci siamo rivolti al Comune e al Parco del Gargano invitandoli a partecipare al progetto”.
Qual è il passo successivo alle linee di indirizzo e chi se ne occuperà?
“Potranno essere raccolte dall’Università insieme agli altri soggetti che vorranno proseguire questo cammino, diventando progettualità che potrà assumere diverse forme.
A quel punto si può avviare un’interlocuzione più operativa, a livello regionale e con la stessa amministrazione di Manfredonia che sta lavorando con noi. Bisogna entrare in una fase di progettazione esecutiva. Adesso, però, serve almeno una visione condivisa di scenario di azione”.
Che sentimento avete raccolto quando avete iniziato la vostra attività?
“Abbiamo intercettato un bisogno, varie associazioni stavano accarezzando la stessa prospettiva, il tema dell’ecomuseo era ricorrente anche nel dibattito interno alla rete dell’associazionismo ambientalista e culturale. Li abbiamo aiutati mettendoci in gioco come università e con un’interlocuzione strutturata”.
In questi anni di vostro lavoro quale riscontro avete avuto sul territorio?
“La campagna di scavi a Siponto sta portando alla luce una parte estesa di una città sepolta, fra cui un anfiteatro. Questo lavoro sta incidendo sulla coscienza del luogo, molti pensavano a Siponto solo come la chiesa bellissima di Santa Maria o come l’installazione di Tresoldi, che ha reso Siponto famosa in tutta Italia e non solo. Molti non sapevano che, intorno alla basilica, ci fosse tutta la città con la sua storia”.
Paola Lucino
Pubblicato il 8 Ottobre 2025



