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La terra a noi! Gridavano i braccianti

Spesso si sente ripetere a Lecce e dintorni che il Salento non è Puglia. Tale convinzione, che è anche figlia di un campanilismo becero, nasce dall’equivoco sorto quando nella prima metà del Novecento il toponimo Puglie venne sostituito da ‘Puglia’. L’antico toponimo fungeva da ‘raccoglitore’ di una serie di sub-regioni, tra cui il Salento. A ben guardare, neanche la Terra di Bari è Puglia, come non lo sono il Gargano, il Tavoliere,  il Subappennino Dauno, la Murgia, la Valle d’Itria e l’Arco Ionico Tarantino. Eppure nessuno qui nessuno solleva polemiche sterili. Sarebbe a questo punto curioso sapere se quelli di Valle della Cupa e Terra d’Arneo si sentono salentini o pugliesi… Queste ultime due sub-regioni sono le ‘Puglie’ meno note.   A Valle della Cupa corrisponde quella porzione di pianura a ovest di Lecce, caratterizzata da una depressione carsica, i cui limiti sono compresi a nord dalle piccole alture dette Serra di Madonna dell’Alto (Campi Salentina), di Sant’Elia (Trepuzzi) e di Monte d’Oro (Novoli), e a sud dalle Serre di Galugnano(San Donato, Caprarica). Grazie alla particolare bellezza delle campagne e del panorama, fin dal XV secolo l’area fu elevata dall’aristocrazia locale a luogo ideale per la villeggiatura, di qui la costruzione di numerosissime ville di elevato valore architettonico. Alla Terra d’Arneo corrisponde quell’area della penisola salentina compresa lungo la costa ionica fra San Pietro in Bevagna e Torre dell’Inserraglio, mentre nell’entroterra si estende fino a Manduria, Veglie e Nardò. Prende il nome da un antico casale (tenimentum Dernei), attestato già in epoca normanna (1092), poi abbandonato e localizzabile nel territorio di Nardò, forse nell’entroterra di Torre Lapillo. A lungo la Terra d’Arneo è stata un’immensa palude che si cominciò a bonificare solo in età giolittiana. Il piano di risanamento andò vanti durante il fascismo e venne completato nel dopoguerra. Negli anni cinquanta la Terra d’Arneo fu interessata da un vivace movimento di lotta contadina. Questa sub-regione era allora in mano a pochi latifondisti i quali, in sintonia col movimento reazionario che aveva avuto il suo più sanguinoso precedente nella strage di Ginestra della Portella dell’1 maggio 1947, si erano attivati per bloccare il processo di formazione della piccola proprietà fondiaria, pensata appunto per risolvere il problema del bracciantato. Il 28 dicembre 1950 fra i duemila e i tremila braccianti, seguiti dai vertici delle Leghe contadine e della CGIL si mossero in direzione dell’Arneo dai paesi di Nardò, Copertino e Veglie. Le terre vennero occupate e divise. Doveva essere solo un’azione simbolica. Si trasformò invece in azione di possesso. Poiché ciò poteva innescare casi analoghi in tutto il paese – che a fatica stava ritrovando coesione dopo la bufera delle elezioni del 1948 – l’allora ministro degli Interni, Scelba, non esitò a ordinare lo sgombero.  Fra il capodanno 1951 e il tre gennaio si registrarono scontri e blocchi stradali. Alla fine gli occupanti dovettero battere in ritirata. Un centinaio di questi era rimasto nelle mani della polizia. Dopo alcuni rilasci, in sessanta furono rinviati a giudizio. Un collegio di avvocati da tutta Italia, dell’area socialcomunista, difese gratuitamente gli imputati. Il processo si celebrò fra il marzo e il maggio 1951. Smontata l’accusa, solo dieci dimostranti subirono pene simboliche.

Italo Interesse

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