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In Puglia una donna su tre fa la casalinga: scelta o necessità?

Secondo recenti dati’Istat, le regioni in cui è maggiore la percentuale di donne tra 15 e 65 anni che fanno le casalinghe, sono Campania, Sicilia e Puglia: in media una donna su tre in Puglia è casalinga, mentre in Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Val d’Aosta tale percentuale si assesta al 13%. Il problema che si pone è se il dedicarsi esclusivamente ai lavori domestici rappresenta una scelta , oppure se da un punto di vista economico qualcosa non funziona. Le statistiche dicono molto sulle casalinghe, ma nulla sui motivi per cui compiono questa scelta di vita e sui motivi del più basso tasso di occupazione femminile proprio nelle regioni del Sud Italia e nella Puglia in particolare. Questi dati, uniti a quelli che mostrano come l’Italia nel suo complesso registra a livello europeo la più bassa percentuale di natalità e di donne che lavorano, rappresentano una parziale conferma del fatto che quella di casalinga non è necessariamente una scelta, ma probabilmente una necessità legata ai più bassi salari delle donne rispetto agli uomini unitamente alla mancanza di servizi sociali adeguati offerti dalle Regioni sul territorio. Statistiche sempre più allarmanti riguardano la diminuzione della natalità del nostro Paese, riempiendo pagine e pagine dei quotidiani e dei social; ma abbiamo mai provato ad esaminare il problema da vicino? La soluzione prospettata da alcune forze politiche di aumentare il tasso di natalità italiano incrementando il numero degli immigrati, rappresenta l’ennesimo tentativo della politica di non volere affrontare i problemi della classe media italiana e di ignorare i veri bisogni dei cittadini.
Mamma, è la prima parola pronunciata da ogni essere umano; eppure grazie alla crisi, alle nuove regole del lavoro, all’ottimizzazione delle risorse, oggi essere madre è divenuto un lusso ed un problema. Un lusso in quanto la precarietà, la non garanzia di un’occupazione e la disoccupazione non garantiscono il gettito economico per assicurare una normale vita al nascituro in un Paese mancante di servizi sociali ed economici indispensabili.
Il welfare aziendale allora potrebbe venire in soccorso e ad aiutare le donne. Esso può essere considerato l’insieme dei benefit e servizi forniti dall’azienda ai propri dipendenti uomini e donne al fine di migliorarne la vita privata e lavorativa; benefit che vanno dal sostegno al reddito familiare, allo studio, alla genitorialità, alla tutela della salute e fino a proposte per il tempo libero. Lavorare bene e con soddisfazione non è infatti un’utopia per molti lavoratori in aziende attente al benessere dei proprio patrimonio umano. Né si deve pensare che per esempio Olivetti non abbia avuto dei seguaci altrettanto illuminati. L’80% delle aziende presenti in Italia con più di 500 dipendenti, ha infatti avviato una qualche iniziativa di welfare aziendale e ben il 43% di esse offre almeno due tipologie di interventi di welfare. In sintesi il welfare aziendale si può definire il tentativo di risposta delle aziende al costante indebolimento del Welfare statale in materia di previdenza, assistenza, istruzione e sanità. Sarebbe pertanto auspicabile che lo Stato riconosca il valore sociale delle iniziative di welfare aziendale e che non si limiti a riconoscere lo sgravio contributivo una sola volta per ciascun datore di lavoro nel solo arco del biennio 2017-2018, così come è precisato nel decreto del 12 settembre, definito di natura sperimentale. In conclusione un aumento del welfare, sia statale che aziendale, aiuterebbe anche le donne. Resta il dato, su cui meditare: in Puglia una donna su tre fa la casalinga: scelta o necessità? Il tutto, appena dopo la Festa della donna. Celebrarla con questi dati ha davvero un senso?
Maria Grazia De Angelis

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