“Case di Comunità senza medici, il rischio è avere soltanto scatole vuote”
A Castelluccio Valmaggiore il confronto sull’assistenza sanitaria nelle aree interne

Edifici nuovi e investimenti finanziati dal Pnrr potrebbero non bastare a ricostruire la sanità territoriale se, una volta completate le Case di Comunità, mancheranno medici e personale in grado di renderle operative. È l’allarme emerso a Castelluccio Valmaggiore durante l’incontro “Insieme per comunità più sane, solidali e sostenibili”, promosso da Assimefac per riportare al centro il diritto alle cure dei cittadini che vivono nei piccoli centri e nelle aree interne.
L’appuntamento, svoltosi il 15 luglio, ha riunito amministratori, professionisti sanitari ed esperti intorno alle difficoltà che già oggi condizionano l’accesso ai servizi nei territori periferici. L’associazione scientifica interdisciplinare e di Medicina di famiglia e di comunità, presieduta da Leonida Iannantuoni, ha posto l’accento soprattutto sulla carenza dei medici di medicina generale e degli operatori della continuità assistenziale, l’ex guardia medica, figure considerate indispensabili per dare sostanza alla riforma prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Il timore è che una parte delle nuove strutture possa essere completata senza disporre degli organici necessari, trasformando un investimento pensato per avvicinare le cure ai cittadini in una rete di contenitori privi di una reale capacità assistenziale. Un rischio ancora più forte nei piccoli Comuni, dove il progressivo impoverimento dei servizi sanitari si somma allo spopolamento, all’invecchiamento della popolazione e alle difficoltà nei collegamenti. Nel corso dell’iniziativa Assimefac ha sottoscritto un protocollo d’intesa con il Coordinamento nazionale dei Piccoli Comuni italiani, presieduto da Virgilio Caivano, con il sostegno dell’amministrazione di Castelluccio Valmaggiore.
L’accordo punta a rafforzare la medicina territoriale attraverso la formazione continua dei professionisti impegnati nelle zone interne, lo sviluppo di strumenti di telemedicina e la promozione di studi sulla “Rural Medicine”. L’obiettivo è costruire un modello nel quale la distanza dai grandi centri non si traduca automaticamente in servizi più deboli o tempi più lunghi per ottenere una visita. La collaborazione dovrà favorire progetti capaci di mettere in rete amministrazioni e operatori sanitari, utilizzando anche le tecnologie digitali per ridurre le disuguaglianze e garantire prestazioni moderne ai cittadini dei paesi più piccoli.
“I piccoli Comuni non chiedono privilegi, ma pari diritti – ha dichiarato il sindaco Pasquale Marchese –. Il diritto alla salute deve essere garantito ovunque, indipendentemente dal luogo in cui si vive. Per questo abbiamo voluto sostenere convintamente il protocollo, che mette insieme istituzioni, comunità locali e professionisti della sanità per costruire risposte concrete ai bisogni delle aree interne”. Castelluccio Valmaggiore, ha aggiunto il primo cittadino, intende continuare a proporsi come luogo di confronto e sperimentazione di buone pratiche, offrendo il proprio contributo a un problema che accomuna numerose realtà della provincia di Foggia e dell’intero Paese.
All’incontro hanno partecipato anche la vicepresidente del Consiglio comunale di Foggia Concetta Soragnese, l’assessore di Rocchetta Sant’Antonio Francesco Silba e la sindaca di Roseto Valfortore Lucilla Parisi. Dai loro interventi è emersa la necessità di rafforzare la collaborazione tra le amministrazioni locali, superando la frammentazione e costruendo iniziative comuni per difendere i servizi essenziali. Uno spazio particolare è stato dedicato alla telemedicina.
Il medico Antonio Campanaro ha illustrato l’esperienza maturata nei Paesi dell’Africa subsahariana attraverso progetti realizzati con alcuni importanti ospedali italiani, mostrando come le tecnologie possano mettere in collegamento pazienti e specialisti anche in territori segnati da grandi distanze e da una presenza ridotta di strutture sanitarie.
Un modello che, con gli opportuni adattamenti, potrebbe essere utilizzato anche nei centri più isolati della Capitanata per facilitare consulti, controlli e attività di prevenzione. La tecnologia, è stato sottolineato, non può sostituire i professionisti, ma può diventare uno strumento concreto per ridurre i divari nell’accesso alle cure. “La vera sfida è fare in modo che gli investimenti del Pnrr si traducano in servizi realmente funzionanti – ha concluso Marchese –. Le strutture sono importanti, ma senza medici e personale rischiano di restare soltanto contenitori vuoti. Le aree interne possono tornare a essere attrattive solo se ai cittadini vengono assicurati servizi efficienti, a partire dalla sanità”.
Pubblicato il 17 Luglio 2026



