Assalti ai furgoni portavalori: arrestate sette persone a Cerignola

Sono emerse anche connivenze ‘ambientali’ di cui avrebbero goduto a Cerignola, alcuni degli indagati coinvolti nell’operazione che ha portato questa mattina i carabinieri del Comando provinciale di Bari ad arrestare, in esecuzione di un provvedimento del gip del Tribunale di Bari, sette persone accusate di far parte di una organizzazione dedita agli assalti ai furgoni portavalori.
Sono contestati reati, oltre che di associazione per delinquere aggravata, rapina aggravata dal metodo mafioso e numerosi altri reati patrimoniali come furto, ricettazione, riciclaggio, anche di favoreggiamento “perchè un aspetto che va sottolineato – ha detto ai giornalisti il generale Gianluca Trombetti, comandante provinciale dei carabinieri di Bari – non è tanto il clima omertoso nell’area ma il clima di favore, collaborazione e protezione nei loro confronti che è stato rilevato fin da subito.
Dal momento in cui uno degli indagati ha avuto accesso a una struttura sanitaria, ha avuto una fortissima protezione da diversi soggetti formalmente estranei all’organizzazione che dovranno poi risponderne all’autorità giudiziaria. La cosa ci ha sorpreso. In questo clima hanno avuto un ampio margine di manovra.
E su questo bisognerebbe fare una seria riflessione”, ha aggiunto. Le indagini sono state coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari. Alla banda viene contestato soprattutto l’assalto al furgone portavalori lungo la statale 96 nei pressi di Toritto (Bari) del 6 novembre 2024, durante il quale il gruppo criminale operativo si avvalse di materiale esplosivo e fucili d’assalto Ak 47 Kalashnikov, sparando contro le guardie giurate.
Il blindato trasportava denaro contante per circa 1 milione di euro. Tuttavia, non è stato possibile accertare con esattezza il bottino perché in parte venne distrutto nel corso della rapina. Sicuramente portarono via 20 mila euro, da quanto risulta nel fascicolo di indagine. Ma l’ammontare degli altri reati sarebbe più alto, fino a centinaia di migliaia di euro, hanno spiegato gli investigatori.
Le indagini si sono avvalse di intercettazioni ambientali, pedinamenti e delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Per la prima volta è stato riconosciuto il metodo mafioso, che la Dda ha ritenuto di contestare in considerazione di una serie di elementi: l’identità delle persone ritenute vicine ai contesti della criminalità organizzata attiva sul territorio;
le modalità degli assalti connotati da ferocia spregiudicata e attuati con modalità plateali ed eclatanti; l’adozione di tecniche paramilitari; la pianificazione preventiva accurata, con l’impiego massiccio di uomini, mezzi, armi anche da guerra ed esplosivi, tutti elementi che riconducono “a una precisa matrice di riferimento – hanno spiegato gli inquirenti – tanto che da tempo gli assalti ai portavalori in tutto il territorio nazionale risultano un ‘brand’ criminale tipicamente attribuito alla criminalità organizzata cerignolana, così da ingenerare quella particolare coartazione e conseguente intimidazione proprie di quel tipo di organizzazioni, non solo nei territori di origine, ma in tutti quelli dove di fatto questa tipologia di delitto si è nel tempo manifestata”.
Pubblicato il 10 Luglio 2026



