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Giovane foggiana costretta a “emigrare” all’estero per inseguire il sogno della danza classica

Il fenomeno della “fuga” dei giovani italiani all’estero per trovare la propria realizzazione professionale penalizza ancor di più i pugliesi nel settore della cultura e dell’arte. N’è testimone ed esempio la foggiana Giulia Settimo, 24 anni, con un curriculum artistico di tutto rispetto, costretta ad “emigrare”.

La danza è la tua passione. Da quanto tempo la coltivi?

“Sin da quando avevo 8 anni ho iniziato per gioco a danzare. Poi con il tempo la danza mi ha coinvolto. Il mio coinvolgimento è diventato sempre più consapevole e determinato. E’ stato in quel momento che ho cominciato a coltivare il mio sogno. Mi accorgevo che questa disciplina fioriva nel mio cuore e soprattutto nella mia mente fino a capire che il mio studio aveva bisogno di una sostanziale evoluzione oltre i confini in cui mi trovavo”.

Allora cos’hai fatto?

“Ho intrapreso un percorso di formazione che ha richiesto impegno, fatica, sacrificio, costanza, pazienza, cognizione. Sin da quando ho mosso i miei primi passi nella scuola di danza Danzàrea di Foggia in cui sono cresciuta, ho incontrato insegnanti che mi hanno stimolata con frequenti workshop e mi hanno offerto la possibilità d’imparare qualcosa di nuovo. Penso che il confronto sia uno degli aspetti più importanti per la crescita artistica in questo campo”.

Poi il tuo percorso com’è proseguito?

“Ho cominciato il mio primo stage al Teatro Petruzzelli di Bari, organizzato in collaborazione con Claude Bessy dell’Opéra de Paris dall’etoile Eleonora Abbagnato. All’età di 15 anni fui scelta dalla mia insegnante di danza contemporanea, Giorgia Maddamma, per entrare a far parte della sua compagnia di danza, allora nascente, per lo spettacolo Sara’s Dream che fu messo in scena in varie città d’Italia. Infine, vinsi una borsa di studio presso la compagnia Tanzcompagnie of Giessen in Germania al Premio Internazionale San Nicola. La premiazione, alla quale parteciparono concorrenti provenienti da tutto il mondo, si svolse al Teatro Piccinni di Bari”.

A quali spettacoli hai partecipato in tournée?

“Ho preso parte al corpo di ballo dell’Accademia Recital di Lucera nel musical Romeo e Giulietta ed ho ballato nella Buona Novella di Fabrizio de Andrè e nel Tributo a Lucio Battisti con la Strumenti e Figure. Poi alla Crew Slup ho collaborato alla realizzazione delle coreografie nei Musical di Peter Pan e Moulin Rouge”.

La tua gioventù, però, sarà stato un problema. Come l’hai conciliata con la tua passione?

“La mia passione ha richiesto molti sacrifici, che sono stati sempre ripagati dai traguardi raggiunti. Ho perso tantissime feste dei miei amici, fatto rare vacanze e trascorso tutti i pomeriggi dalle quattro fino alle dieci di sera a scuola di danza per gli esercizi e le imminenti prove di spettacoli. Il tempo che mi rimaneva l’ho dedicato allo studio scolastico. Tutto questo percorso non sarebbe stato possibile senza l’appoggio dei miei genitori e della mia famiglia, che ha fatto sacrifici per me e mi ha sempre sostenuta”.

Poi a un certo punto ti sei diplomata

“Si, mi sono diplomata ma avevo già deciso che non avrei voluto fare altro che proseguire con la danza. Infatti, dopo aver superato la prova di audizione per il corso di studi dell’Accademia Nazionale di Danza, mi sono trasferita a Roma. Poi decisi di iscrivermi ad un’audizione per il Trainee Program della Princeton Ballet School che ho superato. E’ stata un’opportunità per il futuro della mia carriera. Così per 4 anni ho vissuto negli Stati Uniti. Mi si è aperto un nuovo mondo”.

Hai trovato differenze con l’Italia?

“Si, per esempio nel metodo di studio della danza, molto diverso da quello italiano. All’inizio non è stato per niente facile affrontare il cambiamento anche a livello di vita quotidiana. Avevo capito che tutto quel che sapevo era solo una minima parte. A Princeton, per esempio, ho appreso migliori consigli da insegnanti eccezionali e molto diversi tra loro”.

A questo punto, sorge la domanda. Che cos’è la danza per te?

“La danza è la ricerca della perfezione e pulizia del movimento senza mai dimenticare che, specialmente la danza classica, non è una rigida sequenza di passi ma un connubio di controllo muscolare, respiro, sguardi ed emozioni. Quando la danza poi si trasmette al pubblico con naturalezza, facilità del movimento, precisione ed eleganza, allora si può dire di essere diventati buoni ballerini”.

Prima accennavi ad alcuni consigli ricevuti da insegnanti americani. Quali sono stati i passaggi principali che hai fatto finora negli Stati Uniti?

“Sono stata inserita al primo anno del Trainee Program nella Premiere di Firebird coreografata dal direttore della compagnia Douglas Martin e l’anno successivo in quella di Midsummer Night’s Dream, Shades of Time, coreografato dalla Ballet Master della compagnia Mary Barton e nello spettacolo di Romeo e Giulietta ottenendo anche nello stesso anno ruoli più importanti negli spettacoli annuali di Nutcracker. Mi è stata offerta alla fine del secondo anno una borsa di studio con la prospettiva di poter essere inserita nella compagnia. L’ultimo anno, dopo aver ricevuto un contratto di apprendistato dal direttore, sono stata inserita in tutti gli spettacoli della compagnia. Questa esperienza mi ha permesso di migliorare di gran lunga l’impatto con il pubblico ed il palcoscenico ed ottenere durante il corso dell’anno anche ruoli importanti da solista e ricevere critiche positive”.

Ci sarà stato il balletto più difficile. Qual è stato?

“Si è stato “A Sheperd Singing (And I Still Heard Nothing)” con le coreografie di Mary Barton, incentrato sulla storia di Beethoven. E’ stato un connubio di musicalità, coordinazione con il partner e le altre due coppie presenti che ha richiesto tecnica ma soprattutto una resistenza non indifferente. È stata una grossa sfida con me stessa pienamente riuscita”.

Ti è mai venuta nostalgia del tuo Paese?

“Gli Stati Uniti sono diventati la mia seconda casa. Mi sono adattata ad abitudini, tempi, usi e costumi statunitensi e quando torno per le vacanze è strano riadattarmi ai ritmi italiani. Certo vorrei poter dire di tornare in Italia ma dovrebbe prima di tutto cambiare il concetto dell’arte ed in particolar modo della danza. Anziché continuare a chiudere gli enti lirici, sarebbe necessario incentivare ed incoraggiare i giovani che vogliono realizzarsi nella danza offrendo opportunità di lavoro nella propria terra. In attesa che prima o poi qualcosa cambi, spero di proseguire il mio percorso negli Stati Uniti ed arricchirmi con altre esperienze”. (p.d.s.)

 

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